Regina Coeli, muore detenuto 82 enne: non doveva stare in carcere perché malato

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«La morte di quest’uomo – ha detto il Garante dei detenuti Angelo Marroni – riporta in primo piano la questione dei detenuti anziani e malati reclusi nelle carceri di tutta Italia”. Priebke a 100 è morto a casa sua invece, perché malato carceri 2

(MeridianaNotizie) Roma, 15 ottobre 2013 – Ha 82 anni si sente male, viene soccorso e portato in ospedale, ma poi muore. Una storia come tante se ne vedono negli ospedali italiani, saturi di pazienti e anziani che lasciano questo mondo. Peccato che l’uomo in questione al momento del malore non si trovava a casa sua circondato dall’affetto dei suoi cari, ma era in carcere. E forse in carcere nelle sue condizioni non ci sarebbe proprio dovuto stare. L’uomo si trovava nel carcere di Regina Coeli, è stato subito trasportato all’ospedale romano di Santo Spirito, ed è deceduto dopo due giorni di agonia. E’ morto così il detenuto di 82 anni e il suo decesso si aggiunge ad altri 14 dall’inizio di quest’anno nelle carceri regionali. «Due settimane fa – ha detto il Garante – il Tribunale di Sorveglianza aveva rigettato la richiesta, presentata dai legali, di differimento della pena per motivi di salute. L’uomo, 82 anni, era affetto da gravi patologie ed era anche stato colpito da ictus. Forse bisognerebbe riflettere sul fatto che una persona con questo quadro clinico ed anagrafico avrebbe dovuto scontare la sua pena in una struttura diversa dal carcere e maggiormente adatta alle sue condizioni».

La vittima era un assassino, aveva ucciso qualcuno e lo aveva fatto in un momento di estremo malessere. S. C., aveva un fine pena previsto nel 2026. Nel 2005 a 75 anni di età, in preda ad una crisi depressiva dovuta alla sua situazione finanziaria, in quello che fu definito “il suo giorno di ordinaria follia”, aggredì una coppia cui aveva venduto l’appartamento e la falegnameria che gestiva. L’uomo venne ucciso, la donna gravemente ferita. Nel corso della sua detenzione S.C. era stato anche a Rebibbia. Non aveva contatti con l’esterno se non qualche saltuario colloquio con un anziano fratello. Nelle carceri laziali dall’inizio dell’anno sono stati cinque i suicidi, quattro i decessi per malattia e cinque per cause da accertare. Al computo va aggiunta anche una donna che lavorava come infermiera a Rebibbia.

«La morte di quest’uomo – ha detto il Garante dei detenuti Angiolo Marroni – riporta in primo piano la questione dei detenuti anziani e malati reclusi nelle carceri di tutta Italia. Si tratta di decine di persone che spesso sono ospitate nelle infermerie e nei centri clinici perché hanno bisogno di un’assistenza continua che, in una situazione di emergenza, comporta costi umani ed economici sempre più difficili da sostenere. Auspico che il Parlamento faccia al più presto proprio il grido d’allarme lanciato, una settimana fa, dal Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Questi drammi rischiano di diventare all’ordine del giorno perché sovraffollamento, ristrettezze economiche e vuoti di organico sono fattori che, purtroppo, nascondono le persone, i loro problemi e le loro debolezze».

L’uomo in questione non doveva stare in carcere, perché malato e sofferente. Fa rabbia apprendere questa storia proprio nel giorno in cui si celebrano i funerali di Erich Priebke ad Albano. L’ufficiale nazista era un assassino. Un assassino responsabile della morte di 355 persone di Roma che morirono massacrate nel ’44 schiacciate in una fossa sull’Ardeatina. Il suo fu un omicidio calcolato, freddo e organizzato. Non frutto di una “follia” momentanea. Eppure il nazista, tra l’altro non pentito, stava a casa sua vicino a via Boccea, e non in carcere a causa delle sue precarie condizioni di salute. Quando si è sentito male non si è trovato accanto le guardie carcerarie, ma con ogni probabilità la sua famiglia, che lo ha sempre amato e sostenuto fino all’ultimo. Perché anche ai nazisti come lui è concessa pietà.

Ma ai carcerati no. Loro sono troppo colpevoli, troppo poveri, troppo scoperti. Speriamo solo che nell’altro ci sia un barlume di giustizia.

di Luisa Deiola

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