“Quando c’era Berlinguer”, Bettini: film omaggio di Veltroni alla politica vera

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“Veltroni s’inchina di fronte alla grandezza di questa politica. Ne vuole cogliere fino in fondo l’inattualità, ribaltandocela addosso per vedere che effetto fa; in una realtà che l’ha dimenticata o non l’ha conosciuta, come dimostrano le iniziali interviste ai ragazzi spaesati ai quali i padri hanno trasmesso ben poco – afferma Goffredo Bettini

(MeridianaNotizie) Roma, 3 aprile 2014 – Quando c’era Berlinguer – Bettini : “Consiglio di andare a vedere il film di Walter Veltroni Quando c’era Berlinguer. È un atto d’amore diretto, intenso, struggente e perfino ingenuo verso una politica desiderabile e giusta. Una politica diversa, sobria, onesta, rispettosa, colta, sorretta da un tirocinio lungo, capace di dare l’esempio, improntata ad una dedizione incondizionata, che si manifesta nelle parole spezzate dell’ultimo discorso del segretario del Pci, terminato nello sforzo disumano di articolare il pensiero che il cervello colpito rende oscuro e sfuggente”. Così Goffredo Bettini su Romaitalialab. film-veltroni2

“Veltroni s’inchina di fronte alla grandezza di questa politica. Ne vuole cogliere fino in fondo l’inattualità, ribaltandocela addosso per vedere che effetto fa; in una realtà che l’ha dimenticata o non l’ha conosciuta, come dimostrano le iniziali interviste ai ragazzi spaesati ai quali i padri hanno trasmesso ben poco – afferma – E’ tutto un mondo che è scomparso; abitato da profili umani più marcati e veri, con i loro errori e le loro imprese più riuscite e i loro traguardi più ambiziosi e nobili. Il film è innanzitutto questo: una testimonianza, il risveglio della memoria, la pacificazione dell’anima nel dire ciò che va detto. Certo, senza alcun giudizio sull’oggi, il film ci dice che quella politica è finita per sempre: non è più praticabile e ci consegna una domanda sul nostro futuro alla quale Veltroni non intende dare alcuna risposta certa e conclusiva. Qualcuno, legittimamente, si è chiesto come mai egli, che è stato tra i protagonisti della svolta dell’89, non abbia voluto parlare del ‘dopo’ Berlinguer. Delle cose enormi che negli anni successivi sono accadute. La ragione, a mio avviso, sta nel fatto che per l’autore con Berlinguer davvero finisce una fase storica. E cogliere quella fine è essenziale per trasmettere integro il messaggio positivo che pure in essa si può ricavare, senza sbriciolarlo in una discussione storica-politica che è importante svolgere, ma in altre sedi. Finisce il comunismo italiano, portato da Berlinguer al massimo delle sue capacità innovative e di apertura, destinate, tuttavia, a non essere sufficienti, perché incapsulate dentro una formazione ideologico-politica, incapace di affrontare l’impatto con una nuova fase della modernità. Oltre Berlinguer non si può andare, entro il limite di quella parola. E finisce la prima Repubblica e la speranza di spremere in essa il succo di una nuova intesa tra le forze popolari per il bene della Nazione. Nel ’78, infatti, a Berlinguer verrà meno il solo interlocutore di cui si fidasse veramente. Dopo ci saranno anni torbidi ed una incerta transizione dentro la quale ancora ci dibattiamo. Veltroni vuole fotografare questo passaggio, raccontare le grandezze e i limiti di una storia. Riflettere sulla densità delle passioni di chi è stato protagonista. Raccontare il dopo lo avrebbe condotto in uno groviglio di considerazioni politiche che lo avrebbero allontanato dal nucleo emotivo che voleva rappresentare ed esaltare. Così invece, secondo me, risulta tutto più concentrato, essenziale, asciutto e poetico”.

Quando c’era Berlinguer – La trama : Enrico Berlinguer costruito attraverso immagini di repertorio e interviste a chi l’ha conosciuto, ha vissuto e lavorato al suo fianco. Con poco riguardo per la vita personale e una marcata attenzione per la vita professionale viene ricostruito il percorso che l’ha reso il leader più amato del suo partito, un simbolo di rettitudine politica, un modello stimato anche dalle parti opposte dello schieramento. Quando c’era Berlinguer si pone la più giusta tra tutte le domande che occorre porsi parlando di Enrico Berlinguer oggi: com’è possibile che in un certo punto della storia italiana la morte di un politico abbia scatenato un’adunata di massa senza precedenti e una commozione generale autentica e struggente? Walter Veltroni lo fa nonostante non faccia mistero che per se stesso questo non è mai stato un mistero. Nel suo documentario infatti non manca di inserire la propria voce fuoricampo, di rimarcare la maniera in cui la propria storia politica (agli inizi) si sia sovrapposta con quella di Berlinguer e di indicare se stesso nei filmati di repertorio. Veltroni insomma non si nasconde ma apertamente cerca di spiegare Berlinguer a chi non l’ha vissuto e in questo senso l’inizio molto ruffiano con un montaggio di persone comuni, ragazzi e adulti a cui viene chiesto chi fosse Berlinguer e che rispondono con un misto di ignoranza e conoscenza dell’uomo, è abbastanza indicativo.

Potendo attingere ad un bacino di testimonianze e persone vicine a Berlinguer impressionante (si va dal massimo del personale come la figlia, la scorta e gli operai a lui vicini, al massimo dell’istituzionale come il Presidente della Repubblica in carica fino al massimo del promozionale con Jovanotti, unico testimone a non aver conosciuto nè il personaggio nè la lotta politica in questione) Quando c’era Berlinguer sceglie di costruire mediaticamente l’identità del più noto leader del partito comunista in Italia come una superstar della politica, un leader vincente. Partendo con i numeri dei trionfi e passando per il ribellismo, dipinge Berlinguer principalmente come un ribelle, un innovatore solitario, coraggiosissimo, capace di ribellarsi al soviet, di negare moltissimi assunti fondamentali del comunismo e di farlo senza perdere nemmeno un voto, anzi aumentando in maniera impressionante il proprio seguito.

Nel cercare di arrivare al proprio obiettivo però il film indugia spesso compiaciuto sulla commozione di chi parla, non risparmia colpi bassi e cadute di stile, concedendosi diversi momenti di “poesia” per immagini. Vecchie pagine di L’Unità che rotolano al vento nella piazza deserta con panoramica a salire che si scioglie nelle immagini di repertorio, campi assolati e musiche struggenti, Quando c’era Berlinguer non vuole solo conquistare la testa del suo pubblico, vuole anche la pancia ma (a parte chi già ha un pregiudizio sentimentale nei confronti del personaggio o dell’epoca in questione) è difficile che la ottenga con quest’abuso di esibito compiacimento sentimentale. Perchè dietro ogni momento smielato compare l’ombra dell’autore, il suo nome e la sua storia ingombranti che a tratti escono anche nelle interviste (più di un intervistato lo chiama per nome) e che sono parte del rimosso maggiore di questo film che rievoca il passato mancando sempre di inscrivere in esso il rapporto che stringe con l’attualità.

La Redazione

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