“Nessuno prenda più del Presidente”, parola di Renzi in attesa della firma al Def

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Nessun dirigente della Pubblica amministrazione potrà guadagnare più del Presidente della Repubblica”. Parola di Matteo Renzi. In attesa che oggi pomeriggio il Consiglio dei ministri apponga la firma al Def, sono molte le anticipazioni sullaspending review che il governo vuole operare sugli stipendi dei dirigenti pubblici.

(MeridianaNotizie) Roma, 8 aprile 2014 – L’idea dell’esecutivo, è l’applicazione di tagli progressivi che scatteranno dai 70mila euro lordi in su per risparmiare annualmente dai 300 ai 500 milioni di euro, anche se l’ambizione è quella di arrivare a un miliardo. matteo-renzi2

Nella prima grande prova di politica economica del governo, con il Def ed il piano nazionale delle riforme, Matteo Renzi punta domani a dare per primo il buon esempio. “Per cambiare il paese dobbiamo partire da noi”, è la ratio con cui il premier spinge per fare una consistente sforbiciata di stipendi e dipartimenti nella riorganizzazione di Palazzo Chigi. Una mossa molto simbolica per far capire che tutti devono fare i sacrifici, tanto i “santuari intoccabili” delle istituzioni quanto i manager pubblici e gli enti inutili.

    Chiuso da 48 ore a Palazzo Chigi per definire il def, salvo ieri il tempo di una messa, ad un certo punto oggi pomeriggio Renzi ha voluto prendere una boccata d’aria. “Non ne posso più di stare chiuso qua dentro”, si sfoga con i giornalisti prima di infilarsi dentro la libreria Feltrinelli, uscendo con una ventina di libri di ogni tipo. Solo una breve fuga tra l’incontro con il commissario Carlo Cottarelli, con il quale ha passato in rassegna voce per voce il piano della spending review per alzare il tetto delle risorse per il 2014. Ed il faccia a faccia con il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan, probabilmente non l’ultimo prima del consiglio dei ministri di domani. Renzi è convinto che ci sono margini per un taglio più consistente della spesa pubblica e chiede un surplus di approfondimento su alcuni settori per cui, a suo avviso, si può ancora insistere.

Per mettere tutti davanti alle proprie responsabilità, il premier partirà con la riorganizzazione di Palazzo Chigi. Da domani i contratti di dirigenti e capi dipartimento sono scaduti e il premier avvierà una razionalizzazione fatta, a quanto si apprende, di rotazione di incarichi, chiusura e riorganizzazione dei circa 30 uffici e dipartimenti della presidenza del consiglio. Un modello che il premier punta a esportare in vista del tavolo con le massime istituzioni, dalla Presidenza della Repubblica alla Corte dei Conti, per discutere il dimagrimento delle istituzioni. La pubblica amministrazione per il premier deve dare il buon esempio. Alla trasparenza e al rinnovamento saranno quindi inspirate anche le scelte sui vertici delle partecipate (Eni, Enel, Poste, Terna, Finmeccanica) che il presidente del consiglio vuole definire entro il fine settimana. A questo stanno lavorando i sottosegretari Graziano Delrio e Luca Lotti e, spiegano fonti di palazzo Chigi, ci saranno “belle sorprese”.

Non si esclude che sulle scelte venga sondato anche il principale partito dell’opposizione, Fi, che, a quanto si apprende da fonti parlamentari, vorrebbe blindare l’ad di Eni Paolo Scaroni. Ma davanti ai “cannoneggiamenti” di Brunetta e dei falchi azzurri, al premier passa la voglia di dialogo, anche se un incontro con Silvio Berlusconi, non in agenda, non è escluso. Dentro Fi, spiegano i renziani, c’è troppa fibrillazione su temi per noi inderogabili, come le riforme. E la linea di Renzi resta la stessa: noi stiamo agli accordi presi ma se Silvio Berlusconi fa saltare tutto si va avanti comunque, magari cambiando schema sui numeri per portare in porto le riforme.

 Del resto, stando alle stime elaborate dall’economista Roberto Perotti, che coordina il gruppo di lavoro di Renzi sulla spesa pubblica, sarebbe sufficiente ridurre del 20% lo stipendio dei cosiddetti dirigenti «apicali» e del 15% quello di tutti altri per far risparmiare allo Stato fra 800 milioni ed un miliardo di euro l’anno. L’idea di base che il governo vuole affermare è che nella pubblica amministrazione nessuno possa guadagnare più del presidente della Repubblica, ovvero 240mila euro lordi l’anno. Mentre fino ad oggi il tetto massimo era di 311mila, ovvero lo stipendio del primo presidente di Cassazione.

La Redazione

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