VIDEO > Rubavano Iphone ai turisti per rivenderli a Porta Portese e in Sud Africa, 22 indagati

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Borseggi,  ricettazione e riciclaggio, con l’aggravante della transazionalità. Sono queste le accuse rivolte a 18 persone ( 13 agli arresti, 4 con obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria e 1 divieto di dimora nel comune di roma) nell’ambito dell’operazione denominata Apple.

(MeridianaNotizie) Roma, 9 luglio 2014 – Le attività investigative, condotte da febbraio ad agosto 2013, sono partite da un’attenta analisi delle denunce di borseggio sporte presso le Stazioni Carabinieri del centro di Roma e delle centinaia di arresti in flagranza effettuati nel corso dell’anno dalle pattuglie dell’Arma in servizio all’interno della metropolitana e dei mezzi pubblici di linea. Dall’incrocio dei dati è subito balzato agli occhi degli investigatori del Nucleo Operativo, l’elevato numero di furti di telefoni cellulari di ultima generazione commesso perlopiù in danno dei turisti in vacanza nella Capitale. Tale dato investigativo ha consentito di indirizzare le indagini verso i canali di riciclaggio della refurtiva, fino a far emergere l’esistenza di un vero e proprio sodalizio criminale in cui borseggiatori, per la maggior parte di nazionalità rumena o sud americana, e ricettatori, tutti nord africani, si erano associati tra di loro al fine di gestire il giro d’affari legato all’attività illegale.telefoni-rubati2

Le indagini hanno consentito di accertare che gli associati avevano creato un vero e proprio “sistema d’allarme telefonico” in cui ogni borseggiatore o ricettatore a lavoro si premurava di informare tutti gli altri associati della presenza di pattuglie delle forze di polizia all’interno della metropolitana o dei mezzi pubblici indicando addirittura il reparto di provenienza ed in alcuni casi i nomi dei militari in servizio. Tutti i borseggiatori una volta in possesso della refurtiva si portavano verso Piazzale Flaminio o in alcuni casi a Piazza Vittorio Emanuele dove i ricettatori li attendevano per recuperare telefoni, tablet, macchine fotografiche o pc portatili. Gli investigatori sono poi riusciti a risalire ad un esperto informatico, italiano, che per conto dell’associazione si preoccupava di acquisire su internet i codici di sblocco dei telefoni che consentono di eliminarli dalle “black-list” delle compagnie telefoniche e della case di produzione, ostacolando in tal modo l’identificazione della provenienza delittuosa e garantendo la possibilità di rivendere la refurtiva che, in parte, veniva commercializzata a Roma (in particolare durante al mercato di “Porta Portese”), e, per il resto, veniva spedita nei paesi del Nord Africa. Il giro d’affari generato dall’attività illecita si attestava mediamente intorno ai 60.000 Euro mensili, considerando gli associati riuscivano a spedire all’estero circa 150 telefoni cellulari di ultima generazione, per un prezzo medio di 300-400 Euro cadauno.

Servizio di Cristina Pantaleoni

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