Francesco Rosi, Napolitano e tutto il cinema italiano alla camera ardente

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(MeridianaNotizie) Roma, 12 gennaio 2015 – Le porte della Casa del Cinema, immersa nel verde di Villa Borghese, si sono spalancate questa mattina, alle 9 in punto, per accogliere il feretro del grande regista, maestro del film-inchiesta, Francesco Rosi, morto sabato scorso a Roma. I corazzieri hanno preceduto l’ingresso del feretro, portando una corona di rose bianche, mentre ad attenderlo c’erano l’assessore capitolino alla Cultura Giovanna Marinelli e il direttore della Casa del Cinema, Giorgio Gosetti. L’accesso alla camera ardente, allestita nella sala più grande, la De Luxe, é stato inizialmente interdetto per consentire ai familiari e agli amici più stretti di dare l’ultimo intimo saluto al regista, in prima fila la figlia Carolina. Tra i primi ad arrivare, i registi Giuseppe Piccioni, Giuseppe Tornatore, Marco Tullio Giordana, Luca De Filippo, Francesco Bruni e Roberto Andò. FRANCESCO-ROSI2

Per l’ex governatore della Campania, Antonio Bassolino, Rosi è stato “un grande napoletano e italiano che si è trasferito a Roma, ma che ha sempre avuto nel cuore Napoli, la sua città. È stato un maestro di cultura e di vita”. “Ha esplorato le viscere del paese – ha sottolineato Marco Pontecorvo, figlio del regista Gilio, entrando alla Casa del Cinema – Come ricordi lavorativi, da ‘Cronaca di una morte annunciata’ in più abbiamo fatto insieme i vari gradini fino a ‘La Tregua’. A livello personale, invece, mio padre e Franco erano molto amici, sono cresciuto con loro. Era un grande uomo e un affettuoso amico, anche se sembrava schivo e distante. Sul set ho visto gesti di grande affetto da parte sua, diretti a me e ai suoi collaboratori. Abbiamo esplorato Napoli insieme. Era appassionato della sua città, ma vedeva anche i grandissimi problemi che la attanagliano”.FRANCESCO-ROSI1 Nonostante le sue denunce spesso scomode: “Paura credo non l’abbia mai provata – ha detto – andava dritto per la sua strada senza fare compromessi”. Marcello Sorgi, editorialista de ‘La Stampa’ ed ex direttore del Tg1, ha raccontato: “Mentre girava il film ‘Salvatore Giuliano’, Rosi ha trovato in mio padre Nino, un avvocato siciliano alle prime armi, un aiuto. Si divisero i compiti così: mentre Rosi era sul set, mio padre discuteva per ore ed ore in pretura, perché a quell’epoca c’erano resistenze e molte difficoltà e il rischio che le attrezzature venissero sequestrate dalla magistratura. Per sicurezza, le pizze girate venivano mandare a Roma, mentre ogni sera Rosi, i suoi collaboratori e gli attori venivano interrogati dai carabinieri”.

Servizio di Cristina Pantaleoni

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