Mibact, “Bot culturali”, privati e Ue, Antonio Tarasco “Ecco cosa serve per rilanciare i musei italiani”

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Convegno

La tesi d’oro per fare cassa con i nostri beni culturali

(MeridianaNotizie) Roma, 8 giugno 2020 -Il patrimonio culturale pubblico è a caccia di denari. Tutti gli attori del sistema lo sono: le imprese che lavorano nel settore, e che chiedono allo Stato; i diversi enti pubblici, che hanno cessato di incassare dalla vendita dei biglietti per 3 mesi,e che chiedono al Governo; lo è il Governo stesso, che a sua volta chiede a Bruxelles. L’analisi che ne fa di uno dei massimi studiosi del settore, il dr. Antonio Tarasco, Dirigente presso la Direzione generale Musei del Mibact, è quasi impietosa.
-Direttore, alla fine, che cosa accadrà?
Potrebbero pagare i cittadini, sotto forma di fiscalità generale. Qualunque sia la risposta tecnica formulata (debito pubblico, fondi europei variamente denominati), l’esito finale potrebbe essere questo. Dietro ogni finanziamento pubblico, c’è sempre un cittadino che paga sotto forma di tasse e imposte. C’è poco da rallegrarsi quando un Governo finanzia un settore: a pagare sono sempre i cittadini. Anche gli stessi fondi comunitari derivano dalla contribuzione degli Stati membri che raccolgono denaro pubblico attraverso l’imposizione fiscale. Questo potrebbe essere l’esito scontato di una situazione di crisi (temporanea) che non ha risparmiato il settore culturale, incluso quello del patrimonio culturale, in cui le prospettive di guadagno da mostre straordinarie e visite ordinarie sono venute a mancare a causa della chiusura forzata di tutti i luoghi pubblici, inclusi musei e aree archeologiche, con conseguente perdite quantificabili, almeno per i musei statali, nell’ordine di circa 20 milioni di euro al mese.
-Come rilanciare il settore?
Tutti hanno lanciato proposte all’insegna del nuovo mainstraem del momento che si chiama “iniezione di liquidità” e che fa leva sull’intervento keynesiano per rilanciare i consumi e riattivare i motori economici. Stupisce che anche i più accreditati “economisti della cultura” formulino le stesse proposte di archeologi, laddove ci si attenderebbe da loro soluzioni creative ispirate a quella che i francesi chiamano ingénierie culturel e che ha consentito loro di ricavare reddito non solo dal classico patrimoine culturel ma finanche dagli actif immatériels (marchi commerciali, brevetti, immagini, domini internet, expertise). Il nome Louvre, fattone marchio, è stato concesso in licenza per 30 anni agli Emirati arabi in cambio di circa 400 milioni di euro, l’equivalente degli incassi da biglietteria di due anni di tutti i musei statali. Di qui la difficoltà di considerare le proposte basate esclusivamente sul finanziamento pubblico sostenibili e realistiche, a meno di non accettare l’idea di un indebitamento perenne dello Stato dal quale potremmo non uscire mai. Qualunque sia il modo attraverso l’Italia si risolleverà, è certo che bisognerà tornare a produrre e incrementare il PIL, così da aumentare i redditi dei cittadini e le entrate fiscali.
-Come si concilia tutto ciò con il necessario rilancio dell’economia del patrimonio culturale e dei settori produttivi collegati?
Una delle soluzioni consiste nell’utilizzazione economica del patrimonio culturale pubblico digitalizzato. Questo vale non solo per le opere d’arte e i beni archeologici ma, in linea di principio, anche per i beni archivistici e librari. Fino ad oggi, le attività di digitalizzazione sono state interpretate come una sorta “regalo” agli utenti per incrementare la fruizione del patrimonio culturale e testare la visibilità nei social network dei diversi luoghi espositivi; una sorta doppione cui non è stato mai attribuito un valore economico. Eppure, il digitale potrebbe rappresentare non solo un modo per completare la visita fisica dei luoghi espositivi ma anche per ricavare la redditività economica di cui il settore ha bisogno per risollevarsi dopo il Covid-19. Se il 90 per cento delle entrate museali deriva dalla biglietteria, ogni quarantena sarà sempre in grado di (ri)mettere in crisi il settore. Per questa ragione, la fruizione digitale del patrimonio culturale pubblico potrebbe garantire da un lato di continuare ad offrire i beni culturali anche in caso di chiusura forzata e, nel contempo, permetterebbe di ottenere importanti entrate a prescindere dall’ingresso fisico: si pensi alla vendita telematica di prodotti commerciali derivati dai beni culturali, alle riprese filmiche e fotografiche a pagamento, alla cessione di licenze d’uso dei marchi commerciali che impieghino segni ed immagini del patrimonio culturale.
-Ha un esempio da darci?
Il Louvre di Parigi, nonostante il lockdown, continua ad incassare i proventi derivanti dalla licenza d’uso del marchio “Louvre”, così come tra i self-generated income dei musei britannici continuano a figurare, nonostante il lockdown, i “trading income”, cioè i proventi derivanti dal commercio di riproduzioni di beni culturali, tanto fotografie (poster, puzzle) quanto oggettistica. Se la crisi da Covid-19 ha colpito tutti i musei del mondo, certamente vi sono contesti in cui essa ha colpito maggiormente; e tra questi figura, purtroppo, l’Italia, dal momento che i suoi ricavi autonomi sono condizionati all’apertura dei luoghi della cultura, a differenza delle istituzioni museali straniere, come ad esempio quelli francesi o anglosassoni. Si aggiunga che a differenza di quanto il puritanesimo italiano consente, i musei anglosassoni hanno sperimentato vendite di opere d’arte: nel 2014, la città di Detroit, allora in dissesto, per evitare il default, incaricò Christie’s di vendere opere per 866,9 milioni di dollari; nel 2017, poi, il Berkshire Museum, nello Stato americano del Massachusetts, ha venduto opere per agevolare il ricambio delle proprie collezioni. E di recente la benedizione finale è arrivata anche dall’Association of Art Museum Directors (USA, Canada e Mexico).
-Il mondo culturale dunque inteso come elemento propulsivo dell’economia?
Vede, un altro modo per cercare di concepire il patrimonio culturale non come semplice destinatario di risorse pubbliche ma come elemento attivo del patrimonio pubblico potrebbe consistere nell’istituire un fondo nazionale del patrimonio culturale gestito da un’Amministrazione pubblica tradizionale ovvero da soggetti specializzati, come la Cassa depositi e prestiti; il fondo potrebbe raccogliere ogni bene culturale pubblico, chiunque ne sia il soggetto proprietario, senza alterarne la condizione giuridica originaria (e, quindi, l’eventuale inalienabilità).
-Con quale obiettivo concreto?
Lo scopo potrebbe essere duplice. Innanzitutto incrementare l’attivo così che l’emissione del debito pubblico sia fondato su una base ancor più ampia dell’attuale, con conseguente possibilità di rivedere al rialzo gli indici di affidabilità del mercato che le Agenzie di rating, forse anche per ragioni speculative, tendono a rivedere al ribasso. Secondo quanto è stato stimato (Tarasco, 2020), il valore del patrimonio culturale pubblico (statale e non) potrebbe ragionevolmente non essere inferiore a 1.737 miliardi di euro: se tale fosse il valore reale, esso corrisponderebbe all’intero PIL italiano del 2019 che ha registrato, infatti, quota 1.787 miliardi. Rispetto al debito pubblico nazionale nel 2019, giunto a 2.361 miliardi, i beni culturali varrebbero oltre il 73%. È evidente che la condizione giuridica dei beni non dovrebbe essere alterata: ciò che entra nel fondo, inalienabile, resta tale; nondimeno, potrebbe ugualmente contribuire ad incrementare l’affidabilità italiana rispetto agli investitori. Ed anche per i beni inalienabili, si aprirebbero ulteriori spazi di redditività grazie alla concessione a terzi soggetti privati, società o enti del c.d. Terzo settore. La concessione a terzi potrebbe contribuire a ridurre i costi di gestione dei siti, incrementare la capacità redditività e migliorare l’esperienza di conoscenza del visitatore.
-La vedo molto motivata su questa tesi direttore?
Certamente sì. Lo scopo della istituzione di un fondo nazionale del patrimonio culturale potrebbe anche consistere nel misurare la redditività di quegli stessi beni culturali, in modo da costituire esso stesso un asset soggetto ad operazioni finanziarie, ferma restando la funzione di conservazione e fruizione pubblica. In pratica, si potrebbero emettere “Bot culturali” il cui rendimento potrebbe essere basato proprio sul rendimento di quello stesso patrimonio culturale, opportunamente rivalutato ed affidato alla gestione finanziaria di un soggetto specializzato (sul modello dell’Agenzia Difesa s.p.a.). In tal modo, anche in Italia si scoprirebbe la ingénierie culturel, così concependo i beni culturali non solo nella pur insopprimibile funzione culturale ma altresì nella loro dimensione economica e di sostegno all’economia nazionale.
-Ma forse c’è ancora dell’altro?
Assolutamente si. A sua volta, diverse sarebbero le modalità attraverso cui incrementare la redditività del patrimonio culturale. Un esempio potrebbe essere rappresentato dalla individuazione dei beni da lasciare in proprietà pubblica ma da concedere a terzi soggetti, dietro pagamento di un corrispettivo. Tali beni potrebbero essere sia immobili (si pensi a palazzi e ville, non costituenti monumenti nazionali) che mobili (opere d’arte o archeologiche che arricchiscono depositi museali non sempre adeguatamente valorizzati).
-Possiamo parlare di utopia?
Non credo proprio. Attesa l’abbondanza del patrimonio culturale pubblico, statale e non, simili operazioni potrebbero non solo incrementare la redditività del patrimonio culturale ben oltre la semplice biglietteria ma anche aumentare la fruibilità di quello stesso patrimonio che, in mano di terzi soggetti (società, associazioni, fondazioni, persone fisiche), potrebbe trovare la valorizzazione culturale che altrove non ha finora ricevuto. Obiettivi culturali ed economici sarebbero così simultaneamente soddisfatti.(b.n.)

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