Riforma dei Trattati: la sfida post pandemia per il futuro dell’UE

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Riforma dei Trattati: la sfida post pandemia per il futuro dell’UE

Per ricostruire la cattedrale europea occorre immaginare un nuovo orizzonte politico ed economico

(Meridiana Notizie) Roma, 6 settembre 2021 – A conclusione delle celebrazioni per l’80esimo anniversario del Manifesto di Ventotene e a soli 20 giorni dalle prossime elezioni in Germania, vale la pena interrogarsi sullo stato dell’arte del processo di integrazione europea. Il sogno del progetto federalista “Per un’Europa libera ed unita” come scrissero Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi nel titolo originario, sembra ben lontano dall’avverarsi. Permangono le divisioni, i particolarismi e l’assenza di una visione comune. Un vuoto che appare ancor più evidente se si pensa alla mancanza di una politica estera realmente condivisa.

I tentativi di modifica del trattato di Dublino, finalizzati ad ottenere una posizione unitaria sulla gestione del fenomeno migratorio, si sono rivelati velleitari con il risultato di scaricare l’emergenza degli sbarchi su Paesi come l’Italia, la Spagna e la Grecia. Il ‘dumping fiscale’, ovvero la concorrenza sleale frutto di una tassazione particolarmente vantaggiosa di alcuni Paesi, finisce per alterare profondamente la sana competizione fra imprese incoraggiando le delocalizzazioni. Pesa l’assenza di una politica fiscale comune, un paradosso per un sistema basato sulla stessa moneta.

La crisi sanitaria ed economica provocata dalla pandemia ha contribuito a riaprire il dibattito sugli Eurobond, ovvero l’opportunità per l’Unione Europea di dotarsi di strumenti di condivisione del debito. In pochi mesi, la necessità di una ingente immissione di liquidità nell’economia, ha sospeso decenni di politiche austeritarie fondate sul dogma del pareggio di bilancio e sui tagli indiscriminati all’istruzione e alla sanità.

La riscoperta degli insegnamenti di Keynes, ovvero l’importanza di incrementare gli investimenti pubblici in politiche occupazionali e infrastrutturali per far fronte alla recessione o alla crisi economica, sembra aver fatto breccia nel rigore granitico dei “falchi nordeuropei” in una fase in cui, secondo gli osservatori, la crescita dell’inflazione appare transitoria e sotto controllo.

In tal senso due strumenti innovativi come il Pepp, ovvero l’ambizioso programma di acquisto di titoli di Stato da parte della BCE per contrastare l’emergenza pandemica, e il Next Generation Eu, ossia il piano straordinario di investimenti della Commissione europea per il rilancio dell’economia dopo il crollo del 2020, rappresentano un passo in avanti significativo. D’altra parte, ricorda uno dei maggiori economisti mondiali come il premio Nobel Stiglitz, “se cresce il Pil al denominatore, nel tempo finirà per ridurre i livelli di debito e deficit ad esso parametrati”.

La vera sfida su cui si deciderà il futuro dell’Ue sembra passare inevitabilmente per la definizione di una nuova cornice istituzionale in grado non soltanto di proteggere i cittadini da altri ‘choc’ esterni, ma anche di superare l’attuale deficit democratico, ponendo le basi per un rilancio effettivo del processo di integrazione politica. Una volta cessata l’emergenza della pandemia, dunque, sarà essenziale discutere di una modifica dei Trattati e ripensare gli attuali principi di politica economica, riformando i parametri di Maastricht e lo statuto della Banca Centrale Europea al fine di garantire, al pari della stabilità dei prezzi, anche l’obiettivo della piena occupazione.

(A cura di Raffaele Natalucci)

 

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