Psicologia e Alchimia. Il percorso interiore verso la conoscenza del Sè

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Psicologia e Alchimia. Il percorso interiore verso la conoscenza del Sè

Secondo Jung, nell’uomo esiste “una sostanza metafisica la cui forza è in grado di fare miracoli, ossia liberare lo spirito dalle catene, trasformare la pietra morta in pietra filosofale”

(Meridiana Notizie) Roma, 20 novembre 2021 – Fra gli aspetti che contraddistinguono uno dei padri della psicologia moderna come Carl Gustav Jung, colpisce il profondo interesse verso l’alchimia, quel “grandioso affresco proiettivo di processi di pensieri inconsci”. Un sapere antico, che Jung studia per diversi anni fino ad elaborare un testo complesso e affascinante dal titolo “Psicologia e Alchimia”.

Il libro tratta del significato psicologico dell’opera alchemica, “una scienza, una pratica, un’arte riservata a pochi che consente di tirar fuori l’oro, il divino dalla pietra grezza grazie alla trasmutazione della materia interiore”. Lo scopo di ogni educatore, per Jung, dovrebbe essere quello di “portare a coscienza gli archetipi divini presenti dentro noi”. Il lavoro alchemico diventa, così, un viaggio iniziatico che assume i tratti della ricerca spirituale. Un percorso verso la conoscenza del Sè che, attraverso il potere dei simboli, genera un processo di evoluzione interiore.

La premessa da cui muove l’autore è la presa di distanza dalla concezione deresponsabilizzante di un cristianesimo incentrato sulla mera ‘imitazione esteriore’ di Cristo. Tale pregiudizio, secondo Jung, ha indotto gli interpreti a tradurre l’espressione greca ‘entos umon’ presente nei vangeli e riferita al Regno di Dio, come ‘tra voi’, anziché ‘in voi’. Questo atteggiamento distinguerebbe l’uomo occidentale il quale “non ha coscienza della profonda radice di tutto ciò che esiste”, rispetto all’uomo orientale “essenzialmente radicato al fondamento originario il quale lo attrae con tale potenza da fargli relativizzare… la sua appartenenza al mondo”.

Se il cristianesimo insegna a fare agli altri ciò che faremmo a noi stessi, si interroga Jung, deve valere anche l’inverso. Perchè disconoscere o rinnegare le parti più oscure, le ombre della propria anima, quando si accolgono e perdonano miseri e peccatori? “La teoria che tutti i cattivi pensieri vengono dal cuore e che l’anima umana è il pozzo di ogni nequizia è penetrata loro fino al midollo. Se così fosse, Dio avrebbe fatto un lavoro creativo ben misero…Così gradatamente l’anima è diventata quella Nazareth dalla quale non può nascere nulla di buono”.

Nel corso dei suoi studi, Jung si imbatte in un antico libro taoista, “Il segreto del fiore d’oro”, all’interno del quale riconosce numerosi simboli archetipici che aveva riscontrato più volte nei sogni dei suoi pazienti. In questa prospettiva particolare, l’immagine del mare allude all’inconscio, quella parte della natura psichica sottratta all’arbitrio dell’uomo. L’immersione, dunque, rappresenta il collegamento fra l’alto e il basso, il percorso che l’iniziato compie nel riportare in terra ciò che è in cielo e viceversa. Il formarsi della coscienza psichica, il vero Sé, è invece raffigurato con il sorgere del sole.

Se infatti l’acqua è l’archetipo della vita, soltanto al di sotto di essa si può trovare il fuoco, la fonte ardente della vita stessa. In questo processo, acqua e fuoco sono indispensabili per la creazione del ‘Lapis’, la materia prima o pietra filosofale. Fra i numerosi simboli riconducibili alla coscienza del Sé, Jung menziona il tesoro nascosto di cui parlano i vangeli, il giardino delle rose che compare nei testi alchemici, i fiori nel deserto presenti nelle scritture sacre della tradizione islamica.

Il mistero che caratterizza la natura dell’alchimia, rileva Jung, non può essere ridotto a ciarlataneria. Dotti e scienziati di epoche diverse avrebbero infatti lasciato chiavi simboliche ben precise trattandosi di una materia che può essere compresa soltanto in via esperienziale. Simboli e metafore assumono, così, un’importanza centrale in quanto consentono di “riempire l’oscurità con elementi figurativi”.

Chi intende cominciare la Grande Opera deve avere un animo distaccato, osserva Jung, ossia liberarsi dall’oscurità e dalle tenebre della mente e conoscere le cose per mezzo della luce interiore presente nel cuore dell’uomo. A tal fine, svolgono un ruolo essenziale “la meditatio” e “l’immaginatio”.

Questa trasformazione, secondo Jung, avviene in un regno intermedio di corpi sottili: “Viene il momento in cui la fisica sfiora regioni inesplorate, inesplorabili, e contemporaneamente la psicologia è costretta ad ammettere che esistono altre forme d’esistenza psichica… allora quel regno intermedio ritorna in vita, e il fisico e lo psichico si fondono una volta di più in un’unità indivisibile. Oggi ci siamo già molto avvicinati a questa svolta.”

“Durante tale processo – avverte tuttavia Jung – si vien ‘morsicati’ da animali: si tratta cioè di esporsi agli impulsi animali dell’inconscio, senza però identificarsi con essi e senza ‘fuggirli’… Bisogna rimanere presenti; ossia, in questo nostro caso, il processo iniziato mediante autosservazione dev’essere vissuto in tutte le sue vicissitudini ed essere aggregato alla coscienza attraverso una comprensione il più approfondita possibile”.

Il riconoscimento e la consapevolezza circa l’esistenza dell’Ombra e del Sé costituiscono la prima fase dell’opera alchemica, cosiddetta ‘Nigredo’, che in Occidente viene raffigurata con la lavorazione del piombo. In Oriente ricorre invece l’immagine del terreno fangoso sul quale cresce il fiore di loto, simbolo del risveglio della coscienza.

Una simile trasformazione, sostiene tuttavia Jung, può nascere solo nel singolo. Gli archetipi, infatti, contengono “qualcosa di celato che si presenta a noi stessi in silenzio… Inoltre, soltanto pochissimi vogliono saperne qualcosa… Nel gregge non esistono dubbi, e più grande è la massa, maggiore è la sua verità ma maggiori sono anche le catastrofi.”

Il significato profondo dell’alchimia consiste, dunque, nel prendere coscienza del vero Sé, l’oro che già si trova dentro di noi. Nella concezione di Jung, infatti, il risultato della Grande Opera alchemica è “una cosa, una radice, un’essenza, alla quale nulla d’esterno viene aggiunto, ma alla quale molto di superfluo viene tolto dal magistero dell’arte… È il tesoro dei tesori, il supremo rimedio filosofico, il segreto celeste degli antichi.”

(A cura di Raffaele Natalucci)

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