Pentagrammi & psicodrammi. A Sanremo è di scena il Covid…

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di Carmine Castoro

(MeridianaNotizie) Roma, 02 febbraio 2022 – Il cronoprogramma dell’oblio di massa che tanto piace ai governi che vogliono nascondere il loro irreparabile scollamento dall’infelicità dei cittadini, mai come quest’anno al tempo del Covid, vede nel festival di Sanremo la sua raffineria di rassicurazioni, uno snodo nevralgico per l’immaginario collettivo. E così, mentre nella vita reale una tempesta solare, soffocante e radioattiva, desertifica lavori e stipendi, attese e relazioni primarie in nome di una pandemia infinita, fino al rogo vero di chi si cosparge di benzina e muore fra le fiamme rivendicando serenità e non controllo, qui al calduccio del divertimento iperclimatizzato, nella bolla dei fiori e delle rime, si recita il copione di un “ce l’abbiamo quasi fatta” che ricorda ancora, però, i balconi patriottici della D’Urso.

Ci siamo dedicati per una decina abbondante di giorni al giallo quirinalizio, adesso la classica fiaba gossipara della canzonetta di Stato, seguiranno le Olimpiadi invernali con la solita retorica zuccherosa degli azzurri medagliati, poi torneranno le coppe di calcio, e così via, in una sequenza tragicomica e titillante di illusioni e retoriche che molciscono gli animi distraendo da diritti calpestati, libertà sforbiciate, fascismi latenti, fantasmagorici stati di emergenza legati tutti alle misure coercitive anti-virus per i quali siamo, ancora una volta, il fratello scemo dei paesi realmente razionali e civili d’Europa.

E sì che serve il dispositivo dei lustrini e delle risatine un tanto al chilo alla satrapia draghiana. Al teatro Ariston tutto luccica, la giacca glitterizzata di Amadeus, la camicia di Fiorello che si presenta in sala come un personaggio alla Matrix in pieno delirio termometrico, i mocassini di Morandi, nemmeno all’altezza dell’ennesimo strombazzato “grande ritorno”. Lampeggia il giallo limone della mise della moglie del presentatore, la famiglia mulinobianco di Berrettini, le belle signore in prima fila a fianco dei direttori di rete. Scintilla molto meno proprio la strategia della Rai che, in nome della non discriminazione, udite udite, ha omologato cantanti vax e no-vax perché non autorizzata a prendere “dati sensibili”. Un dribbling furbetto che salva capre e cavoli, il gregge dei vaccinati e la patria delle inattaccabili filastrocche, pentagrammi e psicodrammi. Peccato che in una democrazia costituzionale, degradata ormai nel mandarinato del Draghistan, le delicate informazioni su anagrafe e salute siano “autorizzati” a chiederle baristi e ristoratori, albergatori e barbieri, in un sovvertimento assassino di ruoli sociali e pubblici poteri che manco quando c’era lui.

Orchestrazione del consenso e orchestre strimpellanti, sono un tutt’uno. Perché Sanremo è Sanremo. E qui il “negativo” non è di casa. Angoscia. Opprime. Cantiamo i versi più sfigati della storia dei ritornelli in chiave sambereccia e carnevalizia, propongono i due corifei sul palco. E così droga alla Carboni, suicidi alla Modugno, e abbandoni d’amore alla Aznavour profumano di coriandoli e culi brasiliani. Mentre Fiorello propone la boutade del braccio destro che si agita autonomamente perché dentro ci sono il “grafene”, i “microchip”, i “poteri forti” che gli parlano e lo comandano, e la spallata a chi vuole ragionare sotto questo provinciale campanile chiamato nazione diventa una valanga di fatuità che uccide. Dissenti? Peggio per te. Sei nel cuore della parodia.

Nel giorno in cui parte la kermesse canora e il romanticismo dark dei Maneskin – ragazzini crocefissi allo showbitz, che dell’idealismo rock militante hanno solo capelli lunghi, anelli e calze a rete – dimostra tutta la sua imbellettata (ma comprensibile e sonoramente gradevole) prosopopea, muore guarda caso Tito Stagno, il telecronista storico dello sbarco sulla Luna, quando ancora il giornalismo si intingeva nelle acque cristalline di un’etica della mediazione linguistica. La Luna sapeva ancora di conquista, futuro, sforzo umano. Oggi siamo noi a galleggiare nel limbo di una vita istituzionale senza coordinate, a cercare un approdo, uno scarpone da mettere su una zolla sicura. A doverci togliere la tuta da astronauti per ridiventare cittadini e non stupefatti televotanti nel grande cosmo del Nulla pixelato.

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