L’Italia “frena” sullo smart working

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di Debora Felici

Un po’ a sorpresa, nel Dl Aiuti bis non è stata inserita la prevista proroga di tre mesi dello smart working a favore dei lavoratori fragili e dei genitori under 14. Ma dal primo settembre arrivano le nuove norme del decreto semplificazioni, rese operative da un decreto ministeriale firmato dal ministro del lavoro Andrea Orlando, finalizzate a snellire le procedure per l’adozione del lavoro a distanza. In sostanza si torna all’accordo individuale, che sostituisce le norme previste durante l’emergenza Covid, senza però obbligo per i datori di lavoro di comunicare singolarmente l’adesione dei dipendenti. Sarà sufficiente un’unica comunicazione complessiva in via telematica al Ministero del lavoro, con i nominativi dei lavoratori e la data di inizio e di cessazione delle prestazioni di lavoro in modalità agile.

Il Report Istat sulla situazione e prospettive delle imprese dopo l’emergenza sanitaria Covid-19 attesta un calo nell’uso dello smart working o telelavoro nel 2021 rispetto al 2020. La quota di imprese che segnalano l’utilizzo di modalità di lavoro a distanza è risultata del 6,6%, a fronte dell’11,3% registrato nella precedente indagine (oltre il 20% tra marzo e maggio 2020) con notevoli differenze tra i settori: il lavoro a distanza è più diffuso nel settore dei servizi, dove quasi un’impresa su dieci dichiara di farvi ricorso (14% a fine 2020). Buona diffusione anche nel settore dell’informazione e della comunicazione (34,3%), delle attività professionali, scientifiche e tecniche (24,4%), dell’istruzione (19,0%) e delle attività finanziarie e assicurative (17,4%). Nell’industria, invece, le imprese che adottano il lavoro a distanza sono solo il 5,8%, molto meno dell’anno precedente. Scende l’uso dello smart working nel commercio e nelle costruzioni, scendono da circa il 7% di ottobre 2020 a meno del 4% nel 2021. Si nota che nel complesso la diffusione dello smart working è maggiore tanto più è grande la dimensione delle imprese considerate: dichiarano di utilizzare il lavoro a distanza il 4,4% delle micro-imprese e il 10,9% delle piccole, mentre la quota raggiunge rispettivamente il 31,4% per le medie e il 61,6% per le grandi.

Lo smart working in Italia si è diffuso meno che nel resto dei Paesi europei. Da noi siamo a una media del 13,6%, contro quella Ue del 20,6% con picchi del 25% in Germania si sfiora il 25% e del 30% in Francia. Nella PA il ministro Renato Brunetta aveva già dichiarato che il lavoro in presenza sarebbe tornato la modalità ordinaria e che quello a distanza non potesse in nessun caso essere prevalente. Se nel settore del lavoro pubblico la diffusione dello smart working rallenta, i dati dell’Osservatorio sullo Smart Working del Politecnico di Milano, ci dicono che, per quanto riguarda le grandi e medie imprese invece il ricorso al lavoro agile si va consolidando.

Lo Studio di Assolombarda di fine maggio su “Smart Working La transizione dal lavoro a distanza imposto dall’emergenza allo smart working strutturato”, rileva che , su un campione di oltre 250 imprese milanesi del manifatturiero e servizi avanzati, più di 8 su 10 nel primo trimestre 2022 hanno almeno un dipendente in smart working, per un numero di dipendenti coinvolti pari al 22% del totale. La percentuale risulta più elevata tra le imprese dei servizi, 91%, a fronte del 79% rilevato nell’industria, e nel comune di Milano, 90%, rispetto al 78% rilevato nell’hinterland.

Il 63% delle imprese milanesi che hanno risposto al sondaggio prevede di attivare lo smart working in maniera strutturale nel futuro, una percentuale in linea con il 65% di aziende che, nell’autunno 2020, prevedeva l’utilizzo del lavoro da remoto anche nel post-pandemia. Tra le imprese di Assolombarda nell’area di Milano, Monza Brianza, Lodi e Pavia che hanno introdotto lo smart working in modo strutturale, la quota di smart worker raggiunge il 27%, con punte del 43% nei servizi rispetto al 17% dell’industria: una percentuale di lavoratori superiore non solo al 15% pre-Covid, ma anche al 22% dei primi mesi del 2022 (che in parte include ancora la modalità di emergenza). Molto interessante la motivazione alle base delle scelte che risulta essere, per quasi la metà delle aziende intervistate, la ricaduta positiva per i propri collaboratori (conciliazione vita-lavoro 31%, fidelizzazione e attrattività aziendale 17%). Il fattore economico è determinante per meno di un quarto delle aziende (orientamento al risultato 13%, miglioramento delle performance 6%, ottimizzazione dei costi per l’utilizzo degli spazi 4%), mentre il rimanente 28% non ha fornito indicazioni.

Anche i risultati di una ricerca del Politecnico di Milano sul lavoro agile in Inail, condotta in giugno su un campione di 2.818 dipendenti, riportano un bilancio positivo in termini di qualità dei servizi erogati, soddisfazione del personale e impatto su mobilità e ambiente. In particolare, risulta migliorata l’efficienza nello svolgimento delle attività e, rispetto al periodo pre-Covid, la maggioranza dei dipendenti segnala anche un miglioramento complessivo rispetto a una serie di aspetti come la conciliazione tra vita privata e lavorativa, la flessibilità nella gestione delle attività, il benessere fisico e psicologico, l’efficienza nel lavoro e l’efficacia nella comunicazione con i colleghi. Il risparmio pro capite per i mancati spostamenti del campione intervistato è di 80 ore all’anno, con una riduzione dei costi di 1.400 euro pro capite. I ricercatori del Politecnico hanno stimato che i mancati spostamenti hanno determinato una riduzione della CO2 emessa nell’atmosfera è equivalente a quella assorbita da 24mila alberi, pari a tre volte la superficie della Città del Vaticano.

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