Nel panorama del tennis italiano recente, i nomi di Matteo Berrettini e Flavio Cobolli occupano un posto sempre più centrale, non soltanto per i risultati sportivi raggiunti, ma anche per una storia personale che affonda le radici nell’infanzia e cresce parallelamente ai successi professionali. Roma, con i suoi circoli storici e una tradizione tennistica consolidata, rappresenta il punto di partenza di un percorso condiviso che ha trovato una consacrazione simbolica nella vittoria dell’ultima Coppa Davis, traguardo che ha rafforzato l’immagine di un movimento azzurro compatto e intergenerazionale.
Matteo Berrettini è da tempo uno dei volti più riconoscibili del tennis italiano a livello internazionale. Nato nel 1996, ha costruito la propria carriera su un mix di talento naturale, fisicità imponente e una mentalità competitiva maturata precocemente. Il salto definitivo nell’élite mondiale arriva tra il 2019 e il 2021, periodo in cui l’azzurro si afferma nei tornei del Grande Slam e raggiunge una storica finale a Wimbledon, risultato che lo consacra come uno dei migliori interpreti del tennis moderno su erba e superfici rapide. Nel descrivere le sue qualità tecniche, emerge con chiarezza il profilo di un giocatore dominante: per potenza e tecnica, Berrettini non ha da invidiare niente a nessuno: chi conosce tutte le regole del tennis sa che soprattutto il servizio e il dritto sono dei fondamentali importanti e ‘The Hammer’ eccelle particolarmente in entrambi, mentre volendo individuare un punto debole sarebbe forse il rovescio a due mani, ossia l’arma segreta di Novak Djokovic, per intenderci. Questa combinazione di forza e precisione ha reso Berrettini un avversario temibile per chiunque, soprattutto nei contesti di grande pressione.
Accanto a lui, in un percorso inizialmente più silenzioso ma costante, si è sviluppata la carriera di Flavio Cobolli. Classe 2002, romano come Berrettini, l’atleta rappresenta una delle espressioni più interessanti della nuova generazione azzurra. Cresciuto tennisticamente nei circoli della Capitale, ha mostrato fin da giovane una spiccata predisposizione per il gioco da fondo campo, abbinata a una notevole solidità mentale. Il suo percorso è stato caratterizzato da una crescita graduale, senza bruciare le tappe: nel 2025 ha ottenuto due titoli ATP (i primi del suo palmarès), al Romanian Open di Bucarest e all’Open di Amburgo, entrambi sulla terra rossa.
Il legame tra Berrettini e Cobolli, tuttavia, va ben oltre la semplice condivisione di un campo da tennis. I due si conoscono sin da quando erano bambini, come raccontato da diverse testimonianze e confermato dallo stesso Berrettini, che ha ricordato come Cobolli fosse spesso presente nella sua quotidianità giovanile, arrivando addirittura a fargli da baby-sitter durante l’adolescenza. Un rapporto nato lontano dai riflettori, costruito tra allenamenti, tornei giovanili e una passione comune che ha resistito al passare del tempo.
Questa conoscenza profonda si è rivelata un valore aggiunto anche in ambito professionale. La convivenza nel circuito, le convocazioni in Nazionale e infine la vittoria della Coppa Davis hanno rafforzato un’intesa già solida, basata sulla fiducia reciproca e sulla condivisione di obiettivi. All’interno del gruppo azzurro, Berrettini ha assunto il ruolo di leader esperto, mentre Cobolli ha incarnato l’entusiasmo e la freschezza di chi si affaccia ai grandi palcoscenici con ambizione e rispetto.
Dal punto di vista tecnico, le differenze tra i due contribuiscono a rendere il loro sodalizio particolarmente interessante. Berrettini rappresenta l’archetipo del giocatore offensivo, capace di accorciare gli scambi e di imporre il proprio ritmo. Cobolli, invece, tende a costruire il punto con maggiore pazienza, facendo della regolarità e della copertura del campo i suoi principali punti di forza. Questa complementarità si riflette anche nel modo in cui entrambi interpretano le competizioni a squadre, offrendo soluzioni diverse ma ugualmente efficaci, come ben dimostrato nella già citata vittoria della Davis.

