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    Home » Manovra, Camisa (Confapi): “Luci e ombre, bene tenuta conti pubblici ma manca visione industriale a lungo termine”
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    Manovra, Camisa (Confapi): “Luci e ombre, bene tenuta conti pubblici ma manca visione industriale a lungo termine”

    Fabrizio GerollaBy Fabrizio Gerolla5 Novembre 2025Nessun commento0 Views
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    (Adnkronos) –
    “E’ una manovra luci e ombre, perché vi sono indubbiamente alcuni aspetti positivi ma anche altri che non condividiamo. In primis, è positivo una tenuta forte dei conti pubblici, perché avere uno spread di 76 punti base significa avere minori interessi sul debito pubblico e quindi tendenzialmente maggiori risorse che vengono investite sul sistema”. Così, intervistato da Adnkronos/Labitalia, Cristian Camisa, presidente nazionale di Confapi, la Confederazione italiana della piccola e media industria privata, analizza la manovra economica del governo. 

    Per Camisa, “altra cosa positiva è il rifinanziamento della Sabatini, che è comunque uno strumento importante per il mondo delle imprese, così come la sterilizzazione della plastic tax e della sugar tax”, sottolinea.  

    Secondo il numero uno di Confapi nel provvedimento del governo manca “una visione di politica industriale a lungo termine. Noi siamo imprenditori, siamo abituati a programmare, ad avere una programmazione pluriennale e quindi ci aspettiamo anche che i provvedimenti vadano in questa direzione”, sottolinea.  

    “Ad esempio -spiega Camisa- noi reputavamo il credito di imposta uno strumento estremamente importante, perché è già conosciuto dal nostro mondo, già utilizzato con l’industria 4.0, ma anche con 5.0, seppur con le difficoltà legate ai vincoli europei. Ritornare al superammortamento, all’iperammortamento significa privilegiare la grande industria, perché tutti gli studi e tutte le nostre esperienze ci dicono che questo strumento è utilizzato per la gran parte dalla grande industria, soprattutto perché lo si utilizza nel momento in cui si fanno degli utili. Mentre il credito di imposta -insiste Camisa- era fondamentale in una fase come questa, perché noi stiamo vivendo e andremo a vivere nei prossimi due o tre anni delle sfide epocali, tra cui quelle legate alla digitalizzazione e alla sostenibilità, che se non vinte rischiano di farci andare fuori mercato”. 

    “Altri punti non condivisibili -spiega- sono quello della tassazione sui dividendi per quelle anticipazioni sotto il 10%, perché da un lato aumenta la tassazione dall’1,2% al 24%, ma anche perché va a scoraggiare tutta una serie di investimenti in capitale di rischio che sono fondamentali anche per le nostre imprese. E soprattutto, ad esempio, tutte le imprese che sono all’interno delle filiere hanno a volte le partecipazioni incrociate, e quindi si arriva a una doppia tassazione che porta la tassazione complessiva su queste partecipazioni al 57,3%. E quindi non è condivisibile”. E Camisa auspica, in conclusione, una “modifica sul tema del payback sanitario per le pmi, non solo una tassa inigua, ma anche insostenibile per le piccole e medie imprese e che rischia di portarle al collasso”, ribadisce.  

    Gli effetti dei dazi Usa  

    Ma ad angosciare le pmi industriali sono gli effetti dei dazi Usa. “Il mercato statunitense -sottolinea Camisa- incide per il 10% dell’export complessivo italiano e quindi alcuni dazi, in particolare quello del 50% su acciaio e alluminio, quelli sulla pasta ma anche su altri prodotti stanno creando un danno potenziale estremamente importante per le nostre aziende quantificabile secondo uno studio recente in 20 miliardi di euro. Noi stiamo realizzando uno studio per avere una quantificazione complessiva sugli effetti sul mondo delle pmi industriali, ma possiamo già dire che di questi 20 miliardi all’incirca il 50%, e cioè 10 miliardi, è un danno riconducibile alle pmi industriali”, sottolinea.  

    E Camisa sottolinea che “a soffrire per i dazi sono sicuramente le industrie agroalimentari perché questa tassazione soprattutto su beni di consumo sta portando il livello dei prezzi a una condizione che comincia a diventare insostenibile, anche perché non dimentichiamoci che oltre il dazio del 15% su tanti prodotti c’è stato un deprezzamento del dollaro nei confronti dell’euro di circa il 13%, quindi l’aumento reale sul costo dei prodotti si avvicina al 30%, e tutto questo porta a una diminuzione importante dei consumi di certi beni di prima necessità”, chiarisce.  

    Secondo il presidente di Confapi il governo la manovra può essere un’occasione per agire a sostegno delle aziende che stanno subendo gli effetti dei dazi di Trump. “La nostra proposta -spiega Camisa- è di inserire in Manovra una ‘sterilizzazione’, attraverso un credito di imposta, dell’effetto dei dazi Usa sulle imprese italiane, che vada a compensare il peso di questi costi in più per le aziende che esportano negli Stati Uniti. E’ un modo per dare respiro alle aziende, per poter fare una programmazione a medio e lungo termine perché purtroppo soprattutto per una pmi industriale cercare un nuovo mercato non è una questione di mesi ma di anni. E quindi, almeno a breve termine, è indispensabile avere un supporto, seppur consapevoli che le risorse non sono infinite, per non rischiare di fare entrare in crisi aziende per una decisione unilaterale che non è sicuramente frutto di una mala gestione dell’imprenditore”, sottolinea.  

    La crisi dell’automotive 

    Le piccole e medie imprese industriali del settore dell’automotive in Italia “vivono una situazione molto negativa, questo è uno dei lati maggiormente dolenti per noi, e su questo auspico una grande moral suasion da parte del governo anche perché le ultime dichiarazioni dell’amministratore delegato di Stellantis, Filosa, sul mercato statunitense come principale mercato per l’investimento e su quello francese come secondo mercato di riferimento fanno pensare che si stia un po’ dimenticando il mercato italiano. Noi abbiamo tantissime aziende che lavorano per fornitori di Stellantis che stanno chiudendo o sono in liquidazione perché senza ordini”, spiega Camisa.  

    “Noi rappresentiamo -continua Camisa- tantissime aziende del’industria dell’auto, in particolare nella zona piemontese, ma chiaramente non solo. Molto spesso rappresentiamo le seconde aziende di indotto all’industria, ma quelle che forniscono a fornitori di Stellantis. E da un momento all’altro aziende solide, capitalizzate, che avevano un business assolutamente fluido, si sono trovate senza un ordine perché le prime aziende dell’indotto hanno internalizzato tutta la produzione lasciando senza commesse le aziende di piccola e media dimensione”, sottolinea. 

    Uno shock “che sta portando queste aziende alla chiusura, alla liquidazione e qualsiasi idea, che pur è benvenuta, di riconversione non può essere fatta anche qui in poche settimane, in pochi mesi. Quindi anche su questo, seppur nelle difficoltà, è necessario un segnale per queste aziende perché questa riconversione possa essere supportata anche da strumenti di aiuto”, sottolinea ancora Camisa.  

    Il focus energia 

    “Penso che il tema su cui il sistema Paese debba concentrarsi a lungo termine -spiega Camisa- è quello del nucleare, perché noi non possiamo avere oggi centrali nucleari ai confini e non avere un sistema nostro che vada in quella direzione e che possa finalmente e definitivamente dare una risposta alle richieste del sistema industriale italiano” sull’energia. 

    Secondo Camisa, infatti, “il tema energia è uno di quelli focali” per il Paese “perché noi abbiamo mediamente un costo dell’energia che è molto maggiore rispetto ai nostri competitor”. “Abbiamo auspicato che si possa agire su due livelli. Uno: finalmente si vada a definire una politica energetica europea, perché è impensabile in una situazione come quella in cui siamo che le nostre industrie debbano partire fin da subito con dei gap competitivi estremamente importanti rispetto al resto d’Europa. A livello governativo abbiamo chiesto alcune cose importanti: innanzitutto agire sull’azzeramento degli oneri di sistema che sono una componente significativa e su cui ci si è dimenticati di includere le piccole e medie industrie. E poi come strategia a medio termine, strategie di autoproduzione e autoconsumo, quindi cercare di dare degli incentivi per le batterie di accumulo su impianti fotovoltaici esistenti, ma anche incentivi al revamping e al repowering”, dice. 

    “Per finire -conclude- dei fondi di garanzia per i gruppi d’acquisto di energia per le piccole industrie, perché attraverso questi si può permettere alle aziende chiaramente di avere un potenziale completamente diverso nei confronti dei fornitori in tema di forza contrattuale e quindi in qualche modo di andare a ridurre i costi dell’energia stessa”, conclude. 

    (di Fabio Paluccio) 

     

     

     

     

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