“In un contesto internazionale che da anni gonfia i costi per famiglie e imprese, abbassare il costo del lavoro per chi garantisce trattamenti dignitosi — e chiudere la porta a chi comprime salari e diritti dei lavoratori — non è assistenzialismo: è dare ossigeno a chi crea occupazione trasparente ogni giorno. Un’impresa con costi più sostenibili investe, innova, cresce in produttività. E la produttività è ciò che crea le condizioni per retribuzioni migliori anche negli accordi di secondo livello. Il circolo virtuoso parte da qui”, afferma Capobianco.
“Il salario giusto può nascere solo dalla contrattazione, comparto per comparto, con associazioni datoriali e sindacati protagonisti. Perché tutto questo funzioni, però, serve una legge sulla rappresentanza. Legge che a oggi non esiste, per cui a nostro avviso il salario giusto dovrebbe essere individuato con riferimento al contratto collettivo più applicato in ciascun settore di riferimento, in combinato disposto con il criterio dell’equivalenza contrattuale. Il decreto fa invece riferimento ai contratti stipulati dalle organizzazioni comparativamente più rappresentative, ma senza criteri oggettivi per misurare chi lo è davvero, ogni contestazione finirà davanti a un giudice. Chiediamo che il percorso avviato tra le parti sociali venga sostenuto e tradotto in norma. È la condizione perché il salario giusto diventi una regola inattaccabile”, conclude il presidente di Conflavoro.

