L’11 aprile il nostro Paese ha festeggiato la “Giornata nazionale del mare”, istituita per sviluppare la cultura del mare inteso come risorsa di grande valore culturale, scientifico, ricreativo ed economico.
La Blue Economy è un modello di sviluppo economico che si basa sullo sfruttamento sostenibile delle risorse marine e costiere, in armonia con la tutela dell’ambiente e della salute umana: il mare è fonte di materie prime, energia, cibo e turismo e, al tempo stesso, elemento chiave per la regolazione del clima, la conservazione della biodiversità, la prevenzione dei rischi naturali e la coesione sociale.
Il modello, partendo dalla visione del suo principale promotore, Gunter Pauli, economista e imprenditore belga, si propone di creare valore aggiunto, occupazione e benessere, riducendo al minimo gli impatti negativi sull’ecosistema marino e favorendo la sua resilienza e rigenerazione. Ha trovato riconoscimento istituzionale in documenti chiave come la Strategia europea per la crescita blu e gli Obiettivi di sviluppo sostenibile dell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite (in particolare l’Obiettivo 14: “Conservare e utilizzare in modo durevole gli oceani, i mari e le risorse marine”).
La Blue Economy si distingue dalla cosiddetta economia del mare tradizionale perché non si limita a quantificare il valore economico delle attività marittime, ma si interroga sul loro impatto ambientale, sociale e territoriale. Si ispira ai principi dell’economia circolare, dell’innovazione tecnologica e della cooperazione tra i diversi attori coinvolti, a livello locale, nazionale e internazionale (www.unioncamere.it). Anche per l’UE l’economia blu è un ambito industriale e finanziario che punta a entrare stabilmente nel radar degli investitori.
La Commissione europea, nel Rapporto “The Next Wave of Blue Growth – Investor Report 2026”, sviluppato con il team BlueInvest e PwC, censisce 159 soggetti con un interesse chiaro per l’economia blu europea, tra venture capital, corporate venture capital e private equity, ma rileva come il capitale a disposizione sia ancora assolutamente inadeguato per consentire lo sviluppo del settore. Il rapporto 2026 di Confindustria ne analizza il ruolo per il Paese: settore trainante in campo occupazionale e produttivo, genera un valore complessivo di 216,7 miliardi di euro, pari all’11,3% del PIL nazionale, comprende oltre 232.000 imprese e dà lavoro a quasi 1,1 milioni di persone.
L’Italia è tra i primi Paesi in UE per contributo alla Blue Economy, con un profilo bilanciato tra cantieristica, shipping e turismo. La filiera comprende la cantieristica navale, che ci vede leader mondiali nelle navi da crociera (36% della produzione storica globale) e quello della nautica da diporto, che copre il 54% della produzione mondiale di superyacht. Nei porti italiani transitano oltre 500 milioni di tonnellate di merci e quasi 79 milioni di passeggeri.
La Liguria è la prima regione italiana per concentrazione di attività legate al mare, con valori nettamente superiori alla media nazionale (Centro Studi Tagliacarne-Unioncamere-OsserMare). Le previsioni ci dicono che, nei prossimi anni, la Blue Economy sarà uno dei settori con maggiore fabbisogno lavorativo.
Si stima che occorreranno circa 175.000 lavoratori nel quinquennio 2026-2030, che non sarà facile reperire in ragione delle sfavorevoli tendenze demografiche e della scarsa offerta di competenze tecniche e professionali del mercato italiano.
Per colmare il gap occupazionale, lo studio di Confindustria suggerisce di semplificare l’accesso alle professioni e gli iter burocratici, puntare sull’innovazione attraverso la transizione digitale e green come leva per creare nuovi profili ad alto valore, potenziare gli ITS Academy a indirizzo marittimo, logistico e meccatronico e implementare il modello di formazione duale (alternanza di apprendimento in aula presso una istituzione formativa e di pratica in contesti lavorativi presso imprese e organizzazioni).
di Leandro Stroppa

