L’articolo firmato oggi da Gianni Dragoni su Il Fatto Quotidiano porta al centro del dibattito il dossier Mecaer Aviation Group, gruppo dell’aeronautica italiana al centro di un’operazione guidata da fondi di investimento. Una vicenda che riapre il tema della coerenza dello Stato: non si può parlare di tutela delle aziende strategiche e poi non presidiare con chiarezza i passaggi chiave della loro evoluzione.
C’è una contraddizione che il caso Mecaer rende ormai evidente. L’Italia continua a presentarsi come un Paese attento alla difesa dei propri asset strategici, pronto a usare strumenti come il golden power quando un’azienda sensibile rischia di uscire dal perimetro nazionale. Ma poi, quando la partita si gioca davvero, il ruolo dei soggetti collegati al sistema pubblico appare meno lineare di quanto dichiarato.
È questo il cuore del caso rilanciato da Dragoni, che accende una luce severa sull’operazione che riguarda Mecaer. Un punto, tuttavia, va chiarito per evitare equivoci: l’operazione non vede alcun coinvolgimento del gruppo Safran. Si tratta infatti di un investimento di natura finanziaria guidato da PAI Partners (attraverso il fondo PAI Mid-Market Fund II), con la partecipazione di Fondo Italiano d’Investimento SGR tramite il Fondo Italiano Consolidamento e Crescita II, oltre al reinvestimento dei fondatori e del management e al coinvolgimento di LGT Capital Partners.
Resta però il nodo politico-industriale. Il punto non è negare che un investitore debba realizzare il proprio ritorno economico, ma chiedersi se questo principio possa valere allo stesso modo quando si parla di un’impresa inserita nella filiera dell’aerospazio, settore che per natura coinvolge tecnologia, sicurezza, catene di fornitura e autonomia industriale. In questi casi, l’interesse nazionale non può essere evocato solo a intermittenza.
L’esperienza recente offre un precedente molto chiaro. Sul dossier Microtecnica, il governo italiano ha deciso di intervenire contro l’acquisizione da parte di Safran, sostenendo che l’operazione potesse mettere a rischio interessi strategici legati alla difesa e alla continuità industriale. Ma proprio questo raffronto impone oggi una lettura più rigorosa: i casi non sono sovrapponibili sul piano degli attori coinvolti, e il paragone non deve generare interpretazioni fuorvianti sulla natura dell’operazione Mecaer.
Il rischio, altrimenti, è quello di una politica industriale a geometria variabile: dura nei comunicati, più incerta nei passaggi decisivi. Solenne quando parla di sovranità tecnologica, ma meno efficace quando si tratta di costruire aggregazioni italiane, rafforzare filiere nazionali o accompagnare la crescita interna di aziende ad alto contenuto strategico.
L’articolo di Dragoni ha il merito di riportare questa incoerenza al centro del dibattito pubblico. Perché la domanda che pone non riguarda soltanto Mecaer, ma il modello di capitalismo che l’Italia intende difendere: un sistema che protegge le proprie competenze e prova a trattenerle, oppure un sistema che invoca strumenti di tutela e poi fatica a tradurli in una strategia industriale coerente.
In un comparto come l’aerospazio, la posta in gioco è troppo alta per essere ridotta a una semplice operazione finanziaria. Ed è proprio per questo che il caso Mecaer non può essere liquidato come una normale notizia di mercato: resta un banco di prova sulla distanza tra ciò che lo Stato dichiara di voler proteggere e ciò che, nei fatti, riesce davvero a presidiare.

