La trasparenza retributiva è finalmente entrata nel diritto italiano. Con il D.Lgs. 96/2026 il legislatore recepisce la direttiva europea sulla parità salariale e introduce un principio destinato a incidere profondamente sulla cultura del lavoro. Per l’Avvocato Giorgio Manca , giuslavorista e docente presso la Sole 24 Ore Business School, con questa misura “ gli stipendi non possono più essere una scatola nera. ”
Prof. Manca, quali sono le principali novità?
Il provvedimento introduce l’obbligo di indicare la retribuzione negli annunci, il divieto di chiedere ai candidati quanto guadagnavano in precedenza, il diritto dei lavoratori a conoscere i livelli retributivi medi e i nuovi obblighi di monitoraggio del gender pay gap segnano un cambio di prospettiva.
Cosa significa dal punto di vista della tutela di lavoratrici e lavoratori?
Per la prima volta la trasparenza diventa uno strumento di prevenzione delle discriminazioni, non soltanto un rimedio da invocare davanti a un giudice.
E’ una misura risolutiva o manca qualcosa?
La portata della riforma non si misura soltanto negli adempimenti imposti alle imprese. Il vero nodo è capire quanto il recepimento italiano sia fedele allo spirito della direttiva europea. La scelta di distinguere tra “retribuzione” e “livello retributivo medio”, limitando quest’ultimo alle componenti fisse e continuative, rischia infatti di escludere dal confronto proprio quelle voci – premi, bonus, superminimi – nelle quali spesso si annidano le differenze economiche più rilevanti.
Qual è la ragione?
È una soluzione probabilmente ispirata all’esigenza di preservare il ruolo della contrattazione collettiva e di evitare un eccessivo irrigidimento delle politiche salariali. Una scelta comprensibile, ma che potrebbe generare un inevitabile confronto con l’interpretazione, più ampia, richiesta dal diritto dell’Unione.
Cosa serve affinché il provvedimento abbia davvero successo?
Anzitutto è bene specificare che sarebbe un errore giudicare oggi la riforma soltanto dal suo impianto normativo. Il suo successo dipenderà dall’interpretazione della giurisprudenza, dall’effettività dei controlli e dalla capacità delle imprese di trasformare un nuovo obbligo in un’occasione di crescita organizzativa. Le leggi possono imporre trasparenza. La fiducia, invece, nasce soltanto quando quella trasparenza diventa prassi quotidiana. Ed è su questo terreno che si misurerà il vero valore della riforma._

